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	<title><![CDATA[IoChatto: Tutti i blog]]></title>
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	<description><![CDATA[]]></description>
	
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	<guid isPermaLink="true">https://www.iochatto.it/blog/view/2813/scoperta-la-stella-pi-grande-delluniverso-250-volte-il-sole</guid>
	<pubDate>Thu, 22 Jul 2010 12:51:37 +0200</pubDate>
	<link>https://www.iochatto.it/blog/view/2813/scoperta-la-stella-pi-grande-delluniverso-250-volte-il-sole</link>
	<title><![CDATA[Scoperta la stella più grande dell'universo 250 volte il sole]]></title>
	<description><![CDATA[<p><img src="https://www.newscientist.com/data/images/ns/cms/dn19201/dn19201-1_1280.jpg" width="450" alt="image" style="border: 0px; "></p>
<p>Quanto pu&ograve; essere impressionante una stella? la pi&ugrave; grande checonoscevamo finora  &egrave; stata individuata in una galassia vicina. Ha  pi&ugrave; di 250 volte la massa del   sole, forse un giorno potrebbe esplodere in uno scoppio esotico che prevede la creazione   di antimateria. <br> <br> Denominata R136a1, la stella si   trova verso il centro del settore RMC 137a, un cluster affollato di giovani stelle calde   alcune delle quali a 165 mila anni luce di distanza dalla terra nella Grande Nube di Magelleno, uno dei   vicini a casa nostra ovvero alla Via Lattea galattica. <br> <br> Paolo Crowther dell'Universit&agrave; di   Sheffield, Regno Unito, e alcuni suoi colleghi hanno utilizzato lo European Southern   Observatory's Very Large Telescope sul monte Paranal in Cile per studiare stelle   del cluster, che &egrave; cos&igrave; serrato da aver fatto pensare sino ad ora di essere un unico,   ultra-mega stella. <br> <br> La stima reputa che R136a1, sia la  pi&ugrave; brillante delle stelle che hanno studiato, &egrave; circa <strong>265 volte la massa del sole</strong>,   il che rende la stella pi&ugrave; grande mai misurata. Nella sua infanzia, circa un   milione di anni fa, la stella era probabilmente ancora pi&ugrave; grossa - circa 320   volte la massa del sole: sar&agrave; perch&eacute; hanno sversato molto del suo materiale  caldo,   per via dei venti solari. <br> <br> Nessuno &egrave; sicuro di quale possa essere la massa di una   stella, ma fino ad ora, le pi&ugrave; grandi mai viste erano circa   150 volte la massa del sole. Queste stelle dovrebbero essere nate   in grandi grappoli  e risplendere solo per un breve periodo prima di esplodere, e quindi si stima siano abbastanza rare.</p>
<p>E' una incredibile scoperta, perch&egrave; la stella misura pi&ugrave; del doppio di   quello che finora era ritenuto il limite massimo per le stelle   super-massive" spiega Richard Parker dell'equipe di astronomi che ha   scoperto un intero gruppo di stelle a 22mila anni luce da noi. Questo   aglomerato &egrave; una specie di "incubatrice cosmica" che cova stelle neonate   traendo il materiale dalle nubi di gas e dalle polveri cosmiche.</p>
<p><a href="/pg/izap_videos/play/group:48/2812/secondo-voi-la-terra-grande-">Vedi video</a></p>
<p><a href="https://www.newscientist.com/article/dn19201-biggest-star-ever-found-may-be-ticking-antimatter-bomb.html">Altre info</a></p>
]]></description>
	<dc:creator>Giovanni Piccoli</dc:creator>
</item>
<item>
	<guid isPermaLink="true">https://www.iochatto.it/blog/view/2733/donna-di-108-anni-vuole-avere-un-bambino-con-suo-marito-38enne</guid>
	<pubDate>Tue, 20 Jul 2010 10:25:13 +0200</pubDate>
	<link>https://www.iochatto.it/blog/view/2733/donna-di-108-anni-vuole-avere-un-bambino-con-suo-marito-38enne</link>
	<title><![CDATA[Donna di 108 anni vuole avere un bambino con suo marito 38enne]]></title>
	<description><![CDATA[<p><img src="https://www.tabloidprodigy.com/wp-content/uploads/2010/07/wook-kundor3.jpg" alt="image" style="border: 0px; border: 0px; "></p>
<p><strong>Una donna malese di 108 anni ha annunciato di voler avere un bambino con suo marito 38 enne!</strong><br><br>Il desideroso marito Mohd Noor afferma che lui e la sua rugosa moglie hanno tentato per anni di fare un figlio insieme... ma a 108 anni, ci vorrebbe un <strong>miracolo</strong>.</p>
<p>"<em>Abbiamo provato (a fare un bambino) in precedenza, ma il fattore et&agrave; di mia moglie era un ostacolo</em>" <br><br>"<em>Cos&igrave;, abbiamo deciso di adottare un bambino, preferibilmente maschio.</em>"<br><br>Poi ha aggiunto:</p>
<p>"<em>Siamo disposti ad accettare bambini nati fuori dal matrimonio. Piuttosto che abbandonare un neonato datelo a noi, promettiamo che averemo cura di lui</em>".<br><br>Mohd Noor ha capito che la moglie vorrebbe un bambino dopo che, tornando a casa, le indic&ograve; un <strong>negozio</strong> che vende <strong>prodotti per l'infanzia</strong>.<br><br>I due sono tornati in sieme di recente in quanto il giovane marito ha passato pi&ugrave; di un anno in un centro di disintossicazione da <strong>droghe</strong>.</p>
]]></description>
	<dc:creator>banana trentatre</dc:creator>
</item>
<item>
	<guid isPermaLink="true">https://www.iochatto.it/blog/view/2710/il-bambino-pi-grasso-del-mondo</guid>
	<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 13:25:25 +0200</pubDate>
	<link>https://www.iochatto.it/blog/view/2710/il-bambino-pi-grasso-del-mondo</link>
	<title><![CDATA[Il bambino più grasso del mondo]]></title>
	<description><![CDATA[<p>Jessica Gaude, con i suoi <strong>7 anni e 222 kg</strong> si aggiudica il titolo "<strong>bambino pi&ugrave; grasso del mondo</strong>"</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ogni giorno mangia <span><span>15  hamburger con patatine, chilogrammi di cioccolato, </span></span><span><span>Coca-Cola per un totale </span></span><span><span>10 </span></span><span><span>mila calorie al giorno, ci&ograve; che alcuni bambini mangiano in un anno e mezzo. </span><span>La sua colazione consiste in pane bianco, patatine  fritte e due litri di coca. </span><span>E a lei non basta ancora...</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A tre anni pesava 110 kg. Ora <span><span>non pu&ograve;  pi&ugrave; correre e invece di camminare <strong>si trascina sul pavimento</strong>. </span><span>Le sue <strong>ossa sono gi&agrave;  distorte por colpa del peso</strong>.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span><span>I medici  avvertono che la salute del bambino &egrave; gi&agrave; pericolosamente a rischio e  potrebbe <strong>morire </strong>se non si prendono provvedimenti.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>
<object classid="denied:clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="440" height="272" codebase="https://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="name" value="Metacafe_576380"><param name="src" value="https://www.metacafe.com/fplayer/576380/fattest_child_in_the_world.swf"><param name="wmode" value="transparent"><embed type="application/x-shockwave-flash" width="440" height="272" src="https://www.metacafe.com/fplayer/576380/fattest_child_in_the_world.swf" wmode="transparent" name="Metacafe_576380"><br />
</object></p>
]]></description>
	<dc:creator>banana trentatre</dc:creator>
</item>
<item>
	<guid isPermaLink="true">https://www.iochatto.it/blog/view/2485/sulle-tracce-della-postumia-la-rotta-della-cucca</guid>
	<pubDate>Sat, 10 Jul 2010 11:24:53 +0200</pubDate>
	<link>https://www.iochatto.it/blog/view/2485/sulle-tracce-della-postumia-la-rotta-della-cucca</link>
	<title><![CDATA[Sulle tracce della Postumia: la rotta della Cucca]]></title>
	<description><![CDATA[<p><strong><a href="https://www.connectu.it/pg/blog/z80cpu/read/2364/sulle-tracce-della-postumia-la-via-postumia-nel-veneto"><strong>PARTE  PRIMA - La  via Postumia nel Veneto</strong></a></strong></p>
<p><strong><a href="https://www.connectu.it/pg/blog/z80cpu/read/2384/sulle-tracce-della-postumia-il-paesaggio-agricolo-dalla-preistoria-ai-romani"><strong>PARTE  SECONDA - Il paesaggio agricolo dalla preistoria ai romani</strong></a></strong></p>
<p><a href="https://www.connectu.it/pg/blog/z80cpu/read/2473/sulle-tracce-della-postumia-le-popolazioni-antiche-i-paleoveneti"><strong>PARTE   TERZA - Le popolazioni antiche: i Paleoveneti</strong></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>PARTE QUARTA - La rotta della Cucca</strong></p>
<p><em>Questa volta parliamo la cosiddetta "rotta della Cucca" in quanto la troveremo menzionata diverse volte parlando della via Postumia. La rotta della Cucca infatti ha portato un notevole sconvolgimento idrografico spostando il corso dei fiumi veneti, in particolare un ramo del Brenta che passava per il mio paese.</em></p>
<p>Si tratta di un&rsquo;alluvione di grande portata che sconvolse l&rsquo;idrografia dei fiumi nel basso Veneto.<br>Il nome deriva dalla localit&agrave; di Cucca, vicino a Veronella, dove l'Adige sarebbe uscito dagli argini. Paolo Diacono, nelle sue cronache, data la rotta al 17 ottobre 589, ma questa datazione &egrave; spesso messa in discussione dagli studiosi. Oggi si ritiene che nella tradizione orale la rotta indichi gli sconquassi avvenuti nei secoli successivi alla caduta dell'impero romano a seguito della scarsa manutenzione dei fiumi.<br>La descrizione del disastro &egrave; tutta compresa nel capoverso 23 del libro III dell'Historia Langobardorum di Paolo Diacono.<br>In Veneto ed in altre parti d'Italia nel 589 vi fu "un diluvio d'acqua che si ritiene non ci fosse stato dal tempo di No&egrave;"; a seguito di queste piogge l'Adige esond&ograve; il 17 ottobre, e il livello delle acque a Verona sal&igrave; fino a raggiungere le finestre superiori della basilica di San Zeno fuori le mura.<br>L'alluvione caus&ograve; grosse perdite di vite umane e animali, e distrusse parte delle mura di Verona oltre a spazzare via strade, sentieri e gran parte della campagna in quelli che oggi sono il basso Veneto e la bassa ferrarese.<br>A seguito della rotta l'Adige abbandon&ograve; il suo antico corso (che passava per Bonavigo, Minerbe, Montagnana, Este, Sant'Elena e Solesino) per assumere grossomodo l'attuale percorso molto pi&ugrave; a sud e che corrispondeva all'antico alveo del Tartaro; da allora l'Adige attraversa Legnago, lambisce Villa Bartolomea e Castagnaro e sfocia nel mare Adriatico dopo aver attraversato Cavarzere.<br>In seguito all'eccessiva frammentazione del territorio, nessun governo si prese carico di riparare il guasto e la campagna inondata si tramut&ograve; in palude per secoli; le acque del Tartaro si unirono a quelle dell'Adige in questa devastazione. Il termine Polesine nacque in quel periodo e venne ad indicare l'attuale provincia di Rovigo e parte dell'attuale provincia di Ferrara, in quanto il corso principale del Po all'epoca passava pi&ugrave; a sud e corrispondeva all'attuale Po di Volano.<br>Il Mincio, che fino a quel momento passava per Adria ed era una via navigabile dal mare Adriatico al lago di Garda, abbandon&ograve; il suo alveo e divenne un affluente del Po; questo port&ograve; alla definitiva decadenza di Adria e del suo porto.<br>Quando il corso dell'Adige si assest&ograve;, il ramo principale attraversava Badia Polesine e su questo ramo nasceranno in seguito i borghi di Lendinara, Villanova, Rovigo e Villadose; questo ramo divenne poi di scarsa importanza dopo la rotta del 1438 e corrisponde all'attuale corso dell'Adigetto (da non confondere con l&rsquo;omonimo corso d&rsquo;acqua che anticamente tagliava l&rsquo;ansa dell&rsquo;Adige a Verona).<br>Secoli dopo, quando la terra ricominci&ograve; ad emergere dalla palude, l'uomo canalizz&ograve;, col nome di Canal Bianco, le acque del Tartaro in quello che fu l'antico alveo del Mincio, facendolo passare presso Adria e sfociare nel mare Adriatico.<br>Anche il fiume Brenta modific&ograve; il suo percorso, abbandonando quello relativo al ramo pi&ugrave; ad ovest (che passava per San Pietro in Gu) in favore di quello minore.<br>Anche l&rsquo;idrografia di Vicenza venne modificata: precedentemente alla rotta i fiumi che attraversavano la citt&agrave; erano l&rsquo;Astico ed il Retrone. In seguito allo sconvolgimento idrografico l&rsquo;Astico venne sostituito dall&rsquo;attuale Bacchiglione.<br>Una curiosit&agrave;: &egrave;&nbsp; noto che per indicare uno sciocco, a Verona, si dice: &ldquo;no se imbarca cucchi&rdquo;. Forse questo detto si riferisce proprio alla rotta della Cucca del 589, quando gli abitanti della Cucca (i Cucchi) annunciarono ai Veronesi che l'Adige non passava pi&ugrave; dal loro paese ma, dopo Ronco, andava verso Legnago. Fatto impossibile da pensare in quei lontanissimi anni, perci&ograve; gli abitanti della Cucca presero la nomea di essere tutti sciocchi. Stanchi di questo detto, i Cucchi pensarono bene di cambiare il nome al loro paese e, dopo il 1866, lo ribattezzarono Veronella.</p>
]]></description>
	<dc:creator>Sergio Neddi</dc:creator>
</item>
<item>
	<guid isPermaLink="true">https://www.iochatto.it/blog/view/2473/sulle-tracce-della-postumia-le-popolazioni-antiche-i-paleoveneti</guid>
	<pubDate>Fri, 09 Jul 2010 19:09:42 +0200</pubDate>
	<link>https://www.iochatto.it/blog/view/2473/sulle-tracce-della-postumia-le-popolazioni-antiche-i-paleoveneti</link>
	<title><![CDATA[Sulle tracce della Postumia: le popolazioni antiche: i Paleoveneti]]></title>
	<description><![CDATA[<p><a href="https://www.connectu.it/pg/blog/z80cpu/read/2364/sulle-tracce-della-postumia-la-via-postumia-nel-veneto"><strong>PARTE PRIMA - La  via Postumia nel Veneto</strong></a></p>
<p><a href="https://www.connectu.it/pg/blog/z80cpu/read/2384/sulle-tracce-della-postumia-il-paesaggio-agricolo-dalla-preistoria-ai-romani"><strong>PARTE SECONDA - Il paesaggio agricolo dalla preistoria ai romani</strong></a></p>
<p><strong></strong><strong><a href="https://www.connectu.it/pg/blog/z80cpu/read/2485/sulle-tracce-della-postumia-la-rotta-della-cucca">PARTE  QUARTA - La rotta della Cucca</a></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>PARTE TERZA - Le popolazioni antiche: i Paleoveneti</strong><br>(informazioni tratte da Wikipedia <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Paleoveneti">https://it.wikipedia.org/wiki/Paleoveneti</a>, da &ldquo;Tesori della Postumia&rdquo; e dal web)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img src="/pg/photos/thumbnail/2472/large/" alt="image" width="600" height="410" style="border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; "></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ora che abbiamo visto il paesaggio agricolo dalla preistoria all&rsquo;epoca romana vediamo le popolazioni che lo abitavano. Insomma, chi erano gli uomini che abbiamo incontrato nel nostro viaggio immaginario nel Veneto antico? Difficile identificare quelli pi&ugrave; remoti, c&rsquo;erano i Reti, gli Euganei, ma sicuramente i pi&ugrave; importanti e recenti sono i Paleoveneti.<br>Nel nostro viaggio nel tempo ne abbiamo intervistato uno, a cui passiamo la parola:<br><br><em>- Salve, sono un Paleoveneto. Spesso i miei amici ed io siamo anche chiamati Veneti, Venetici, Heneti o Eneti.<br>Nelle documentazioni storiche di solito ci chiamano &ldquo;Veneti&rdquo;, ma in opere non specialistiche si ricorre frequentemente al suffisso &ldquo;paleo-&rdquo; (=&rdquo;antico&rdquo;) o all&rsquo;espressione &ldquo;Venetici&rdquo; per distinguerci dai moderni abitanti del Veneto.<br>Il nome "Veneti" ricorre frequentemente nelle fonti classiche. Erodoto riporta l'equazione Eneti=Illirici; nell'Europa centrale Tacito localizza i Veneti, i Venedi e i Venedae, distinguendoli dai Sarmati (si trattava probabilmente di un popolo slavo); Pomponio Mela cita il lago di Costanza come Venetus lacus; infine Venetulani sono un popolo laziale scomparso citato da Plinio.<br>La frequenza di questo etnonimo in diverse aree europee non va per&ograve; spiegato con ipotetici legami storici e linguistici tra i diversi popoli che ne hanno fatto uso, quanto piuttosto un'uguale origine di questo nome.<br>L&rsquo;origine del nome? Sembra derivare dalla radice indoeuropea *wen (&ldquo;amare&rdquo;).<br>&ldquo;Veneti&rdquo; (*wenetoi) pertanto significherebbe gli &ldquo;amati&rdquo;, o forse gli &ldquo;amabili&rdquo;, gli &ldquo;amichevoli&rdquo;. In effetti ci siamo dimostrati, all&rsquo;arrivo dei romani, molto amichevoli, per cui il passaggio dalla nostra&nbsp; cultura alla cultura romana &egrave; avvenuto senza conflitti ed in maniera completamente pacifica.<br>Siamo una popolazione di provenienza indoeuropea stanziata nell'Italia nord-orientale. Abbiamo sviluppato una nostra civilt&agrave; durante il I millennio a.C.. Dal IX - VIII sec. a.C. abbiamo infatti&nbsp; cominciato a formare i nostri villaggi, che sono poi diventati vere e proprie citt&agrave; (VI - V sec. a.C.), con quartieri dove si abita ed altri dove si produce, in particolare la ceramica, e si lavorano i metalli. Attorno alle citt&agrave; dei vivi seppelliamo i nostri defunti, creando delle necropoli.<br>Caso unico tra i popoli a noi contemporanei nell'Italia settentrionale, si pu&ograve; stabilire l'identit&agrave; tra la popolazione e la cultura veneta, ovvero a noi Paleoveneti &egrave; attribuito quanto realizzato sul piano materiale e spirituale nel nostro territorio: la Venezia.<br>Inizialmente noi Paleoveneti ci siamo insediati nell'area tra il Lago di Garda ed i Colli Euganei, allargandoci successivamente fino a raggiungere confini simili a quelli del Veneto moderno, anche se bisogna considerare la linea di costa del Mar Adriatico pi&ugrave; arretrata rispetto all&rsquo;epoca moderna. Secondo i ritrovamenti archeologici (che concordano anche con le fonti scritte) i confini occidentali del territorio corrono lungo il Lago di Garda, quelli meridionali seguono una linea che parte dal fiume Tartaro, segue il Po e raggiunge Adria, mentre quelli orientali giungono fino al Tagliamento, anche se tra questo e l'Isonzo &egrave; comunque forte la presenza veneta, tanto che si pu&ograve; parlare di popolazione veneto-illirica. I confini settentrionali sono invece meno definiti ed omogenei, ma il territorio veneto risle soprattutto i fiumi Adige, Brenta e Piave verso le Alpi, che fungono comunque da confine naturale. La presenza veneta sulle Alpi &egrave; attestata soprattutto nel Cadore.<br>Alla base della nostra economia c&rsquo;&egrave; l&rsquo;agricoltura: coltiviamo grano ed anche cereali per i pascoli. Nelle nostre case di Montebello Vicentino e Trissino potrete trovare, nella vostra epoca, ancora resti di orzo, miglio, avena, frumento, lenticchie e fave.<br>Molti di noi si dedicano all'allevamento: bovini, caprini, ovini ed anche suini.<br>Ma soprattutto noi Paleoveneti siamo famosi in tutto il Mediterraneo per la nostra capacit&agrave; di allevatori di cavalli, che sono richiesti anche dalle altre popolazioni.<br>Alcuni preferiscono specializzarsi nella lavorazione dei metalli. Nel Vicentino (Montebello e Santorso) abbiamo delle vere e proprie case laboratorio con focolari particolari per la fusione e la forgiatura.<br>Dalla fine del VII sec. a.C. abbiamo iniziato la produzione di oggetti in bronzo sbalzati e figurati come le lamine e le situle, ossia vasi in bronzo a forma di secchio.<br>Questo artigianato di cos&igrave; alto livello &egrave; chiamato dagli archeologi "Arte delle situle&rdquo;.<br>Nella nostra civilt&agrave; i compiti tra uomini e donne sono nettamente divisi: agli uomini sono riservate le attivit&agrave; pi&ugrave; pesanti e pericolose, mentre le donne si dedicano alle attivit&agrave; domestiche, come la tessitura e la filatura. Il telaio &egrave; lo strumento utilizzato dalle donne per tessere: da noi &egrave; diffuso il tipo pi&ugrave; semplice, quello verticale. Fili verticali vengono fissati alla parte superiore del telaio e tenuti in tensione da pesi in terracotta, costituendo l'ordito. Con una spoletta, un arnese in osso o in legno, piatto o rotondo, si dividono i fili dell'ordito facendo passare quelli orizzontali della trama.<br>Tutte queste nostre attivit&agrave;, la felice collocazione geografica e le facili vie di comunicazione ci hanno consentito di sviluppare una fitta rete di commercio con le popolazioni vicine: Etruschi, Greci e Celti, una popolazione originaria dell'Europa Centrale, con i quali&nbsp; manteniamo rapporti di buon vicinato. Ci siamo ispirati a loro per la decorazione di alcuni oggetti, soprattutto le fibbie dei cinturoni. Siamo anche diventati amici dei Romani che dal III sec. a.C. si&nbsp; interessano alle fertili terre della Pianura Padana. Quest&rsquo;amicizia con i Romani ha portato progressivamente ad un&rsquo;integrazione con loro, che nel 148 a.C., hanno costruito la via Postumia. Ai Romani dobbiamo dapprima la cittadinanza latina (89 a.C.) e poi quella romana (tra il 49 a.C. ed il 42 a.C.), che ci ha fatti diventare ufficialmente parte del loro impero.<br></em><br>Come abbiamo visto i nostri antenati, che abbiamo chiamato forse un po&rsquo; impropriamente Paleoveneti, erano gente semplice e pacifica, dal carattere amichevole, che ha iniziato dapprima un rapporto di amicizia per poi fondersi con i Romani, i quali hanno poi realizzato (tra le varie opere) la via Postumia ed in seguito ufficializzato l&rsquo;annessione del popolo Paleoveneto all&rsquo;Impero Romano.<br>Comunque sia la derivazione dei Veneti certo &egrave; che popoli diversi hanno abitato l&rsquo;area padana prima dell&rsquo;arrivo dei Romani. Gli studi e le ricerche archeologiche che si sono susseguiti dall&rsquo;Ottocento ad oggi hanno evidenziato, durante l&rsquo;et&agrave; del ferro, una situazione molto articolata e complessa in cui si intrecciano culture e tradizioni di varia origine. La prima et&agrave; del ferro (IX-VI secolo a.C.) &egrave; caratterizzata dalle culture di Golasecca (Lombardia occidentale, Piemonte orientale, Canton Ticino), di Este (Veneto) e dalla cultura villanoviana (Bologna e Verrucchio e diffusa ampiamente nell&rsquo;area etrusca tra Tevere, Arno e Tirreno). Ciascuna di esse si distingue per il rituale funerario, gli aspetti produttivi ed i rapporti con le aree confinanti. Bologna, in diretto contatto prima con i centri villanoviani della penisola e poi con le citt&agrave; etrusche, costituisce il tramite per gli scambi tra queste aree e le regioni a nord del Po, mentre Este e Golasecca mostrano una certa apertura verso il mondo transalpino.<br>Nel VII secolo a.C. gli Etruschi si spingono fino alla Liguria, dove creano un emporio a Genova, e alla pianura Padana, dove occupano una buona parte del territorio emiliano e fondano alcuni centri come Marzabotto e Spina. Il processo di urbanizzazione comincia ad interessare anche le altre regioni: in ambito veneto si formano insediamenti protourbani a Padova ed Este, mentre in area golasecchiana a Sesto Calende &ndash; Golasecca -, Castelletto Ticino ed a Como.<br>Nel V secolo a.C., all&rsquo;inizio della seconda et&agrave; del ferro, i centri dell&rsquo;Italia settentrionale raggiungono una brillante fioritura grazie al loro ruolo di partners commerciali degli Etruschi negli scambi che coinvolgono il mondo mediterraneo, in particolare la Grecia, ed il mondo transalpino.<br>la crisi che investe tutta l&rsquo;Italia alla fine del V secolo a.C. provoca anche lo sfaldamento della rete di scambi e l&rsquo;arrivo di nuove popolazioni celtiche, portatrici della civilt&agrave; cosiddetta di La T&egrave;ne, dal nome di una localit&agrave; presso Neuch&acirc;tel in Svizzera. I Galli Boi occupano Bologna, dove si stabiliscono sovrapponendosi alla popolazione etrusca. Pi&ugrave; a sud si stanziano Lingoni e Senoni, mentre a nord del Po gli Insubri si stabilizzano sul territorio da Milano al Novarese ed i cenomani in quello tra Brescia e l&rsquo;Adige. La cultura di La T&egrave;ne si afferma in tutta l&rsquo;Italia settentrionale nel corso del IV e III secolo a.C. e viene cancellata soltanto quando la cultura romana prende il sopravvento.</p>
]]></description>
	<dc:creator>Sergio Neddi</dc:creator>
</item>
<item>
	<guid isPermaLink="true">https://www.iochatto.it/blog/view/2384/sulle-tracce-della-postumia-il-paesaggio-agricolo-dalla-preistoria-ai-romani</guid>
	<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 23:42:05 +0200</pubDate>
	<link>https://www.iochatto.it/blog/view/2384/sulle-tracce-della-postumia-il-paesaggio-agricolo-dalla-preistoria-ai-romani</link>
	<title><![CDATA[Sulle tracce della Postumia: il paesaggio agricolo dalla preistoria ai romani]]></title>
	<description><![CDATA[<p><a href="https://www.connectu.it/pg/blog/z80cpu/read/2364/sulle-tracce-della-postumia-la-via-postumia-nel-veneto"><strong></strong></a><a href="https://www.connectu.it/pg/blog/z80cpu/read/2364/sulle-tracce-della-postumia-la-via-postumia-nel-veneto"><strong>PARTE  PRIMA - La  via Postumia nel Veneto</strong></a></p>
<p><a href="https://www.connectu.it/pg/blog/z80cpu/read/2473/sulle-tracce-della-postumia-le-popolazioni-antiche-i-paleoveneti"><strong></strong></a><a href="https://www.connectu.it/pg/blog/z80cpu/read/2473/sulle-tracce-della-postumia-le-popolazioni-antiche-i-paleoveneti"><strong>PARTE    TERZA - Le popolazioni antiche: i Paleoveneti</strong></a></p>
<p><strong></strong><strong><a href="https://www.connectu.it/pg/blog/z80cpu/read/2485/sulle-tracce-della-postumia-la-rotta-della-cucca">PARTE  QUARTA - La rotta della Cucca</a></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>SECONDA PARTE - Il paesaggio agricolo dalla preistoria ai romani</strong><br><br><em>Queste informazioni sono per la maggior parte tratte dal libro&nbsp; &ldquo;tesori della Postumia&rdquo;, libro che illustra molti reperti e raccoglie molte informazioni in seguito al convegno internazionale degli studiosi della Postumia tenutosi a Cremona nel 1996.</em><br><br>Proviamo ad immaginare com&rsquo;era il Veneto tanti anni fa. L&rsquo;aspetto paesaggistico, cos&igrave; come lo conosciamo, &egrave; stato plasmato in linea di massima dalle varie glaciazioni, l&rsquo;ultima in particolare. La fase post-glaciale &egrave; iniziata circa 10-15 mila anni fa. Immaginiamo quindi di trovarci proiettati in quest&rsquo;epoca remota. Il luogo &egrave; sempre il medesimo, la macchina del tempo che ci ha trasportato con la fantasia nel passato ci indica che la latitudine e la longitudine sono quelle di San Pietro in Gu ma non riconosciamo nulla. O meglio, guardando bene, si&hellip; il profilo dei monti (che s&rsquo;intravedono appena tra gli alberi) &egrave; quello familiare, ma un po&rsquo; dovunque la zona &egrave; coperta da boschi. La nostra enciclopedia globale tascabile, sintonizzata sull&rsquo;epoca in questione, ci conferma che le analisi dei pollini hanno rivelato che dopo la scomparsa dei ghiacci il paesaggio del Veneto, fino alle colline delle prealpi, appare coperto di foreste.<br><br>&nbsp;<img src="/pg/photos/thumbnail/2373/large/" alt="image" width="600" height="449" style="border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; "><br><br>Si tratta principalmente di querceto misto, cio&egrave; di querce, carpini, olmi, ontani, pioppi e salici, i primi castagni, farnie e noci ed un sottobosco incolto di roveto e cespugli. In pianura c&rsquo;&egrave; anche il tiglio, mentre ai piedi dei rilievi fa la sua comparsa l&rsquo;abete bianco. Ecco che ci troviamo quindi a vagare per i boschi. Guardandoci attorno scorgiamo anche degli animali. Tra gli animali di spicco ci sono l&rsquo;orso bruno, il lupo ed il cinghiale: li vediamo aggirarsi per le foreste, mentre c&rsquo;incamminiamo alla ricerca di tracce umane. Gi&agrave;, gli uomini: quasi ce ne scordavamo, confusi dall&rsquo;ambiente cos&igrave; diverso da quello al quale eravamo abituati. Ma come vivono gli uomini in quest&rsquo;epoca? Ci sono pochi insediamenti, per lo pi&ugrave; sparsi. Sono prevalentemente agricoltori e coltivano piccoli appezzamenti di terreno. Una produzione limitata, essenzialmente di sussistenza. I terreni coltivati sono per la maggior parte ottenuti con il fuoco: grazie ad esso vengono distrutte delle aree boschive, poi riconvertite all&rsquo;agricoltura ed al pascolo. Il nostro errare ci ha portati finalmente in vista di uno di questi insediamenti, ma tentando di avvicinarci&hellip; splash&hellip; affondiamo in una zona paludosa. Da dove viene tutta quest&rsquo;acqua? Bosco e palude, palude e bosco. Consultiamo con il nostro navigatore intertemporale l&rsquo;enciclopedia virtuale dell&rsquo;epoca post-glaciale. Interessante: nella nostra zona sta iniziando a delinearsi una caratteristica importante. Si tratta del fenomeno delle risorgive. Queste risorgive sono nate grazie al depositarsi, ad opera dei fiumi, di strati di terreno di diversa permeabilit&agrave;. L&rsquo;acqua, assorbita dalle vicine montagne, viene costretta a risalire verso la superficie a causa&nbsp; dell&rsquo;incontro con strati di terreno impermeabile. Ecco quindi la formazione di polle d&rsquo;acqua, paludi, nuovi fiumi. Questa caratteristica del suolo, come vedremo, non solo causa la nascita di fiumi di risorgiva (come gli attuali Bacchiglione, Ceresone e molti altri) ma condiziona le caratteristiche costruttive e probabilmente anche la scelta del percorso della via Postumia.<br><br>&nbsp;<img src="/pg/photos/thumbnail/2372/large/" alt="image" width="600" height="436" style="border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; "><br><br>A questo punto, non potendo continuare, risaliamo sulla nostra macchina del tempo e ci spostiamo nel III millennio a.C. Qui vediamo che l&rsquo;uomo ha continuato la sua opera di disboscamento per ottenere nuovi terreni agricoli e pascoli. E&rsquo; aumentata quindi la vegetazione bassa, costituita da noccioli, biancospini, pomoideae (meli, peri selvatici) ed erbe di brughiera. Dobbiamo continuare a stare attenti a come ci muoviamo in quanto le paludi sono sempre molto diffuse. Nel nostro girovagare ormai possiamo vedere molti uomini che si dedicano sia alla pastorizia che all&rsquo;agricoltura. Come abitazioni hanno capanne di legno. Il legno &egrave; una materia prima indispensabile nell&rsquo;edilizia ed il processo di disboscamento ne fornisce in grande quantit&agrave;. Le fronde invece vengono usate come foraggio per gli animali. Il legno si usa anche come combustibile, naturalmente. Vediamo infatti che su di un fal&ograve; stanno arrostendo qualcosa. Un uomo ce ne offre: &egrave; maiale arrosto. Siamo dunque testimoni della nascita di una tradizione viva ancor oggi nella nostra zona: l&rsquo;allevamento del maiale. Infatti in quest&rsquo;epoca le foreste di querce forniscono, in grande quantit&agrave;, le ghiande che sono adatte all&rsquo;alimentazione dei suini e quindi il loro allevamento ne &egrave; una conseguenza naturale.<br>Proseguiamo nel nostro viaggio. Purtroppo, come detto poc&rsquo;anzi, il regime delle acque non &egrave; per nulla regolato. Nonostante molte zone siano abitabili, ampie aree rimangono a livello di palude e di acquitrino, soprattutto lungo le sponde dei fiumi. Per l&rsquo;attraversamento si utilizzano guadi o traghetti. Approfittiamo di un passaggio su uno di essi per ritornare alla macchina del tempo e trasferirci all&rsquo;inizio del I millennio a.C.. E&rsquo; qui che si registrano cambiamenti significativi, sia nel patrimonio arboreo sia nell&rsquo;economia agricola e silvo-pastorale: vediamo un aumento della presenza di carpini e faggi, zone di brughiera sempre pi&ugrave; ampie ed occupate da una fitta vegetazione di noccioli, ginepri, ericacee e conifere. Ci guardiamo intorno notando, nella bassa pianura, olmi, frassini, aceri, pioppi e salici che iniziano a venire utilizzati come sostegno per le viti maritate: l&rsquo;agricoltura comincia ad affinarsi.<br>A questo punto con la nostra macchina del tempo ci trasferiamo finalmente in et&agrave; romana, dove notiamo un&rsquo;ulteriore modificazione del paesaggio (secondo le analisi polliniche ed archeobotaniche dell&rsquo;ultimo ventennio). Ai boschi di querceto misto ed ai faggi si sostituiscono gradatamente specie arboree colturali, quali castagni, noci, fichi, ulivi (nelle zone con clima temperato, come sui laghi prealpini ed i Colli Euganei), finalizzate a specifici tipi di produzione agro-silvicola. E&rsquo; in questo ambiente che vediamo inserirsi il nastro basolato della via Postumia. Il territorio, secondo stime recenti, a questo punto &egrave; gi&agrave; disboscato al 60% e gli spazi cos&igrave; ottenuti vengono utilizzati per l&rsquo;agricoltura. Data la romanizzazione del territorio si seguono i canoni della centuriazione. Ai nostri occhi appaiono infatti vaste aree centuriate, con la tipica suddivisione in quadrati delle varie colture: si producono segale, miglio, panico, farro, legumi ma soprattutto orzo e frumento. Veniamo a sapere che la nostra zona (San Pietro in Gu) fa parte della centuriazione di Marostica. Notiamo anche che &egrave; aumentata la produttivit&agrave; dei campi grazie alle migliorie tecniche degli strumenti agricoli, primo tra tutti l&rsquo;aratro.<br>Le aree paludose, per&ograve;, continuano ad occupare ancora largo spazio. Queste rimangono ai margini dell&rsquo;economia, quindi non documentate dalle fonti antiche. La via Postumia, tuttavia, dovr&agrave; fare i conti anche con esse.<br>C&rsquo;incamminiamo su di un terrapieno alto circa un paio di metri e risaliamo sulla nostra macchina del tempo per fare finalmente ritorno ai giorni nostri. Mentre decolliamo dalla via Postumia notiamo pi&ugrave; avanti un guado sul Medoacus Major (l&rsquo;antico ramo principale del Brenta). Pi&ugrave; a sud un terrapieno con alcune baracche di legno cinto da una palizzata: il Castellaro (riferimento alla zona di San Pietro in Gu). Purtroppo non facciamo in tempo a fare una foto: ci ritroviamo ad atterrare immediatamente nell&rsquo;epoca contemporanea.</p>
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	<dc:creator>Sergio Neddi</dc:creator>
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	<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 16:03:08 +0200</pubDate>
	<link>https://www.iochatto.it/blog/view/2364/sulle-tracce-della-postumia-la-via-postumia-nel-veneto</link>
	<title><![CDATA[Sulle tracce della Postumia: la via Postumia nel Veneto]]></title>
	<description><![CDATA[<p><a href="/pg/blog/z80cpu/read/2384/sulle-tracce-della-postumia-il-paesaggio-agricolo-dalla-preistoria-ai-romani"><strong></strong></a><strong><a href="https://www.connectu.it/pg/blog/z80cpu/read/2384/sulle-tracce-della-postumia-il-paesaggio-agricolo-dalla-preistoria-ai-romani"><strong>PARTE  SECONDA - Il paesaggio agricolo dalla preistoria ai romani</strong></a></strong></p>
<p><strong><a href="https://www.connectu.it/pg/blog/z80cpu/read/2473/sulle-tracce-della-postumia-le-popolazioni-antiche-i-paleoveneti">PARTE TERZA - Le popolazioni antiche: i Paleoveneti</a></strong></p>
<p><strong><a href="https://www.connectu.it/pg/blog/z80cpu/read/2485/sulle-tracce-della-postumia-la-rotta-della-cucca">PARTE QUARTA - La rotta della Cucca</a></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>PRIMA PARTE - La via Postumia nel Veneto<br></strong></p>
<p>Obiettivo della ricerca: ricostruire per quanto possibile l&rsquo;antico percorso della via Postumia all&rsquo;interno del Veneto (ed in particolare la zona di San Pietro in Gu), possibilmente raccogliendo notizie storiche sui paesi e sulle citt&agrave; attraversate.</p>
<p>Questa mia ricerca non ha la pretesa di essere precisa e nemmeno esaustiva in quanto le ricerche storiche sono estremamente difficili, specialmente se eseguite da persone non competenti come nel mio caso.</p>
<p>Spesso si trovano documentazioni in apparente contrasto con altre e risulta difficile quindi farsi un&rsquo;idea precisa.</p>
<p>Non me ne voglia quindi il lettore per le imprecisioni, ingenuit&agrave; ed incongruenze alle quali andr&ograve; sicuramente incontro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img src="/pg/photos/thumbnail/2362/large/" alt="image" width="600" height="449" style="border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; "></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&ldquo;Tutte le strade portano a Roma&rdquo;, recita un antico proverbio. Non &egrave; un modo di dire ma si riferisce al fatto che le antiche strade romane si diramavano per la maggior parte proprio da Roma e quindi era facile raggiungerla partendo da qualsiasi localit&agrave;. Questo schema era pensato sia per facilitare gli scambi commerciali che, soprattutto, per poter inviare agevolmente, all&rsquo;occorrenza, le truppe romane in qualsiasi punto dell&rsquo;impero. La via Postumia per&ograve; &egrave; un&rsquo;eccezione rispetto a questo detto, infatti non portava a direttamente Roma. A Roma ci si poteva arrivare tramite altre strade che incrociavano la Postumia.</p>
<p>Ma vediamo meglio questa strada.</p>
<p><img src="/pg/photos/thumbnail/2361/large/" alt="image" width="600" height="410" style="border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; border: 0px; "></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La via Postumia &egrave; una via consolare romana costruita nel 148 a.C. dal console Spurio Postumio Albino.</p>
<p>Congiungeva Genova con Aquileia, attraversando tutto il nord Italia. Lo scopo di questa strada era prevalentemente militare, come per tutte le strade consolari (consideriamo anche che eravamo in piena terza guerra punica - 149-146 a.C.). Recenti studi hanno dimostrato che lo scopo della strada non era quello di congiungere Genova con Aquileia, due citt&agrave; situate agli estremi opposti della Cisalpina e senza rapporti diretti tra loro. La via Postumia in realt&agrave; &egrave; stata pensata come via di comunicazione militare per collegare le colonie latine della Cisalpina, cio&egrave; Piacenza, creata contro le trib&ugrave; liguri, Cremona, per contrastare gli Insubri, e Aquileia, pensata come sentinella all&rsquo;estremit&agrave; orientale della valle Padana. In pratica la via Postumia poteva anche venire considerata come una specie di fronte di difesa. Come facevo notare prima eravamo infatti in piena terza guerra punica, per cui i Romani erano impegnati sul fronte di Cartagine e non potevano permettersi di lasciare indifeso il fronte nord. Consideriamo anche che nella seconda guerra punica Annibale &egrave; sceso attraverso le Alpi con i suoi elefanti. Stavolta meglio non rischiare attacchi dal nord costruendo una barriera: la via Postumia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il percorso a grandi linee</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una cosa che mi ha colpito, quando stavo ricostruendo il percorso, &egrave; il fatto che &egrave; ancora riconoscibile in buona parte del Veneto il tracciato originale.</p>
<p>Iniziamo a seguire il percorso della Postumia nel Veneto partendo da ovest. Per semplicit&agrave; di lettura riporteremo i nomi delle localit&agrave; attuali, riservandoci in seguito di approfondire il percorso menzionando i centri ed i nomi effettivamente esistenti all&rsquo;epoca (quando possibile).</p>
<p>La strada, proveniente da Goito, passava attraverso Villafranca di Verona per poi giungere alla citt&agrave; scaligera pressappoco dove ora c&rsquo;&egrave; Porta Palio e proseguendo poi per l&rsquo;attuale via Cavour, Porta Borsari (all&rsquo;epoca era una porta della citt&agrave;) e poi usciva da Verona tramite un ponte non pi&ugrave; esistente, il ponte Postumio, situato poco pi&ugrave; a sud del ponte Pietra (tra Ponte Pietra e Ponte Nuovo). Passava poi per San Michele Extra, San Martino Buon Albergo, Caldiero, Soave, Montebello Vicentino, Tavernelle, e poi giungeva finalmente a Vicenza, si presume all&rsquo;incirca secondo il tracciato della Strada Statale 11. Corso Palladio, la via principale del centro, rappresenta infatti un tratto della via Postumia che, passando attraverso un ponte (dove c&rsquo;&egrave; l&rsquo;attuale Ponte degli Angeli), proseguiva (si presume) per l&rsquo;attuale viale Trieste. Passata Vicenza la strada intersecava il territorio di Quinto Vicentino (che prese il nome proprio dal fatto che era situato al Quinto miglio da Vicenza &ndash; almeno cos&igrave; dicono molte documentazioni, a me sinceramente Quinto come paese pare un tantino &ldquo;fuori rotta&rdquo;, secondo me il quinto miglio non era necessariamente riferito alla via Postumia che in realt&agrave; interessava proprio i margini del suo territorio &ndash; e forse nemmeno quelli) e quindi Bolzano Vicentino, passando a nord dell&rsquo;attuale paese di San Pietro in Gu. Il paese all&rsquo;epoca non esisteva, ma sembra esistesse una fortificazione detta &ldquo;il castellaro&rdquo; situata qualche centinaio di metri pi&ugrave; a sud del percorso della Postumia. Dall&rsquo;espansione di questo nucleo fortificato forse si &egrave; sviluppato, in tempi pi&ugrave; recenti, il paese.</p>
<p>In zona San Pietro in Gu la strada passava un ramo del fiume Brenta, (all&rsquo;epoca Medoacus &ndash; nel posto dove ora passa il Ceresone) e proseguiva per l&rsquo;attuale Camazzole (frazione di Carmignano di Brenta) e quindi, passato il secondo ramo del Brenta, curvava verso est per poi proseguire in via rettilinea per molti chilometri. Esistono ancora molti tratti di questo percorso, a nord di Cittadella (zona Pozzetto), Galliera Veneta, Castello di Godego, Castelfranco Veneto. Poco prima di San Floriano la Postumia incrociava la via Aurelia proveniente da Padova e diretta verso Asolo (il punto d&rsquo;incrocio esiste ancora), poi proseguiva per Postioma, (incrocio con la via Claudia Augusta Altinate tra Villorba e Maserada) Maserada sul Piave, e, una volta passato il fiume Piave, Fa&egrave;.</p>
<p>Il tratto successivo &egrave; quello che &egrave; stato maggiormente oggetto di discussioni fra gli studiosi.</p>
<p>Prima ipotesi (Bosio):</p>
<p>Periferia sud di Oderzo, Annone Veneto, Concordia Sagittaria: da qui in poi coincideva con la via Annia.</p>
<p>Seconda ipotesi (Gregorutti poi ripresa da Fraccaro Tagliaferri):</p>
<p>Percorso ben differenziato dalla via Annia:</p>
<p>Centro di Oderzo, verso nord-est, direzione Pordenone, Settimo, passa il Tagliamento vicino a Castionis di Zoppola e poi verso sud-est verso Codroipo.</p>
<p>Da Codroipo: Passariano, Castions di Strada, Morsano di Strada, Sevegliano e si innestava nella Aquileia-Tricesimo.</p>
<p>Pare che attualmente gli studiosi propendano per la prima ipotesi, anche se forse a prima vista la seconda appare pi&ugrave; credibile in quanto il percorso si distingue dall'Annia e perch&eacute; nel suo ultimo tratto la Postumia viene a coincidere con il cardine massimo della centuriazione aquileiese.</p>
<p>In realt&agrave; esiste pure la possibilit&agrave; che entrambe le ipotesi siano vere, in quanto probabilmente esistevano entrambe le strade: una diramazione, insomma. Difficile per&ograve; dire quale delle due fosse effettivamente la Postumia e quale la diramazione (potrebbe trattarsi anche di una strada preesistente), ma, come dicevo pi&ugrave; sopra, secondo la maggioranza degli studiosi la Postumia segue il percorso pi&ugrave; diretto per raggiungere Concordia e poi proseguire unificata alla via Annia fino ad Aquileia.</p>
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	<dc:creator>Sergio Neddi</dc:creator>
</item>
<item>
	<guid isPermaLink="true">https://www.iochatto.it/blog/view/2311/e-tu-quanti-amici-chai-su-facebook</guid>
	<pubDate>Tue, 06 Jul 2010 12:23:01 +0200</pubDate>
	<link>https://www.iochatto.it/blog/view/2311/e-tu-quanti-amici-chai-su-facebook</link>
	<title><![CDATA[E tu, quanti amici c'hai su facebook?]]></title>
	<description><![CDATA[<p><img src="https://blog.utc.edu/TheLoop/files/2009/10/add-to-friends.png" width="395" height="399" alt="image" style="border: 0px; "></p>
<p>E' nata una nuova <strong>unit&agrave; di misura</strong> per la valutazione delle persone. Il <strong>numero di amici su facebook</strong>!!!</p>
<p><span style="text-decoration: underline; "><em><strong>Ma tu... su facebook... quanti amici c'hai?</strong></em></span></p>
<p>Questa domanda sta diventando sempre pi&ugrave; popolare sul posto di lavoro, all'universit&agrave;, al bar, in palestra...</p>
<p>quando la sento la prima cosa che mi viene in mente &egrave; la citazione di Bruno Gambarotta:</p>
<p><em>"Internet e' una pippa planetaria, un collettore delle frustrazioni di   milioni di persone".</em></p>
<p>Beh, alla fine ha ragione, soltanto un frustrato pu&ograve; mettersi a gareggiare su chi ha pi&ugrave; amici virtuali... fatto st&agrave; che quando conoscevi una ragazza le prime cose che voleva sepere erano nome cognome e <strong>segno zodiacale</strong>, oggi ti chiedono nome cognome e <strong>numero di amici su facebook</strong>, che poi diciamoci la verita', le piu' osessionate dal numero di amici sono proprio le ragazze, che non sopportano di avere meno amici della propria amica fighetta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E allora non e' strano  se, tra le centinaia di <strong>persone sconosciute</strong> (<em>con la fotina del profilo figa</em>), tra gli amici compaiono anche "<strong>gatto dell'universit&agrave; di Roma</strong>" e il <strong>locale </strong>pi&ugrave; trendy della citta', e a proposito del locale... perch&egrave;  la mia migliore amica  a' amica (<em>su facebook</em>) di un locale in cui non ha mai messo piede? gia' essere amica di un locale...</p>
]]></description>
	<dc:creator>Gustavo</dc:creator>
</item>
<item>
	<guid isPermaLink="true">https://www.iochatto.it/blog/view/2261/base-nazista-in-antartide--parte-2</guid>
	<pubDate>Mon, 05 Jul 2010 10:41:57 +0200</pubDate>
	<link>https://www.iochatto.it/blog/view/2261/base-nazista-in-antartide--parte-2</link>
	<title><![CDATA[Base nazista in antartide ? - parte 2]]></title>
	<description><![CDATA[<p><a href="https://connectu.it/pg/blog/gpiccoli/read/2260/e-esistita-una-base-nazista-in-antartide--parte-1">Leggi la Parte 1</a></p>
<p>Ma <a href="https://connectu.it/pg/blog/gpiccoli/read/2260/e-esistita-una-base-nazista-in-antartide--parte-1">prima di narrare</a> le gesta dell' <strong>Operazione High Jump</strong>, dobbiamo menzionare il caso del centinaio di U-Boot scomparsi senza lasciare traccia e di quanto raccontano nel loro libro "Oltremare Sud" gli storici Juan Salinas e Carlos De Napoli. Pubblicato lo scorso ottobre, il libro dei due argentini squarcia il velo su un convoglio di sottomarini partito il 3 maggio 1945 dalla Norvegia e diretto in Argentina. Con a bordo oltre cinquanta gerarchi nazisti, il convoglio, con il tacito consenso dell'Ammiragliato britannico, avrebbe raggiunto l'Argentina con l'appoggio della locale marina, dopo una battaglia che cost&ograve; la perdita di cinque navi e 400 marinai. <br>Perch&eacute; per&ograve; gli interrogatori dei marinai tedeschi furono falsificati dall'intelligence americana e messi sotto la dicitura <strong>Top Secret</strong>?</p>
<p><img src="https://3.bp.blogspot.com/-uTZha-deJM8/U1BLRVxxVrI/AAAAAAAAAuQ/pYyZuTtk5oA/s1600/conspiracy131118_nazis_560.jpg" alt="base nazista in antartide" width="500" style="border: 0px; border: 0px;"></p>
<p>Qualcosa di strano successe davvero, nelle acque dell'Atlantico meridionale, in quel maggio 1945. Se Hitler si era suicidato il 30 aprile, se il 3 maggio il convoglio con a bordo i 50 gerarchi si era imbarcato per la Norvegia e se la guerra era finita l'8 maggio con la resa dei tedeschi, perch&eacute; il sottomarino U-Boot Type VII C denominato U-977, al comando del capitano Heinz Schaeffer, si immerse l'alba del 10 maggio da Kristiansand, in Norvegia, per riemergere in Argentina il 17 agosto?<br>Una navigazione tanto lunga, di 104 giorni di cui 66 in immersione, per consegnarsi in pieno giorno nel porto di Buenos Aires ai militari argentini era plausibile?</p>
<p>I marinai dell'U-977 erano pazzi, oppure&hellip;? <br>Il 10 luglio precedente, sempre in Argentina, si era arreso il sommergibile Type IX C/40 denominato U-530, capitanato dal cmd. Otto Wermuth. Un bel po' di tempo, per un mezzo che ufficialmente era in navigazione al largo di Long Island, dunque nei pressi di New York&hellip; Sempre ufficialmente, l'ultimo sommergibile tedesco ad arrendersi fu l'U-307, alle isole Spitzbergen, il 4 settembre. <br><strong>Perch&eacute; tanto ritardo</strong>? Come detto, il numero di sottomarini scomparsi senza lasciare traccia, senza essere stati distrutti dagli Alleati, affondati o demoliti, &egrave; di circa cento. <br><br>Ricordiamo inoltre che la Kriegsmarine, la marina tedesca, mise in servizio nel 1944 i <strong>sottomarini classe Type XXI</strong>, che rappresentano una delle meraviglie della tecnica tedesca nonch&eacute; i progenitori di tutti i sottomarini attuali. Veri capolavori d'ingegneria, i Type XXI (che furono consegnati in 119 unit&agrave;) furono testati alla profondit&agrave; di 270 metri, ben oltre le capacit&agrave; degli attuali sommergibili nucleari. Veloci e capaci di sfuggire ai sonar, avrebbero potuto cambiare le sorti della guerra&hellip; Se solo fossero stati costruiti in un numero congruo di unit&agrave;. Ma la Germania, nel 1945, <strong>non aveva n&eacute; manodopera, n&eacute; carburante, n&eacute; equipaggi</strong>. <br>Un paese allo stremo, distrutto dalla follia dei suoi dittatori&hellip; <br>A Hitler e alla sua cricca restava soltanto la Neuschwabenland e forse fu quella la destinazione dei vari U-530, U-977 e U-307, per non parlare del centinaio di mezzi scampati alla distruzione.</p>
<p><img src="https://img.weburbanist.com/wp-content/uploads/2010/05/antarctica_10a.jpg" alt="rovine base nazista antartide" width="468" style="border: 0px; border: 0px;"></p>
<p>Fu per questo, forse, che il 2 dicembre 1946 scatt&ograve; <strong>la pi&ugrave; grande esercitazione navale mai compiuta in Antartide</strong>. L'Operazione <strong>High Jump</strong>, organizzata dalla U.S. Navy americana, era in teoria una missione esplorativa e in effetti il comando fu affidato simbolicamente all'ammiraglio nonch&eacute; esploratore Richard Byrd, lo stesso che avrebbe dovuto partecipare alla missione tedesca del 1938. Ma in realt&agrave; il vero capo fu l'ammiraglio Richard Cruzen che si mise alla testa di una task force composta dalla portaerei Philippine Sea, da due cacciatorpediniere (le USS Brownsen e USS Henderson), due rompighiaccio (le USCGC Burton Island e USCGC Northwind), quattro navi da supporto logistico (le USS Yankee, USS Canisted, USS Merrick e USS Capacan), una nave per comunicazioni (la USS Mount Olympus), un sommergibile (l'USS Sennet di classe Balao) e due navi per appoggio idrovolanti (le USS Currituck e USS Pine Island). In tutto, dodici idrovolanti, sei elicotteri e 4700 marines&hellip; Non c'&egrave; che dire, un bel gruppetto di boy scout! La missione avrebbe dovuto durare 18 mesi, invece ebbe termine dopo sole tre settimane, durante le quali gli aerei esplorarono un milione e trecentomila kmq di Neuschwabenland. Durante la missione un idrovolante precipit&ograve;, causando la morte di quattro uomini; anche due elicotteri andarono perduti, senza per&ograve; causare vittime tra gli equipaggi. Alla fine di tutto, i dubbi e le teorie sulla Base 211 rimangono, cos&igrave; come <strong>l'Operazione High Jump rimane a tutt'oggi inspiegabile</strong>.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Hitler si salv&ograve; a bordo dell'U-977?</span> Si diresse in Argentina? <br>In Giappone (<em><span style="font-size: xx-small;">due tavolette d'oro datate 21 maggio 1945 e firmate dallo stesso F&uuml;her furono rinvenute nel 1984 presso il monastero buddhista di Kyosan, nel Giappone centrale</span></em>)? <br>In Polinesia? <br>Oppure nella famigerata Nuova Berlino? <br>I fanatici delle teorie complottiste, gli stessi che sostengono l'ipotesi degli <strong>Haunebu</strong>, affermano che i nazisti controllano segretamente il mondo da qui. I <strong>dischi volanti e le luci che si vedono ogni tanto nei cieli sarebbero i mezzi ipertecnologici dei nazisti che vivono in Antartide</strong>&hellip; Fantasie e anche pi&ugrave;, come abbiamo visto. Ma il dubbio dell'esistenza di quella fantomatica base segreta sotto i ghiacci della <strong>Neuschwabenland</strong>, rimane.</p>
<p>E poi rimane il mito del viaggio su marte !<span style="font-size: 12.8px;">&nbsp;</span></p>
<p><a rel="nofollow" href="https://www.satorws.com/neuschwabenland.htm">Fonte</a></p>
]]></description>
	<dc:creator>Giovanni Piccoli</dc:creator>
</item>
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	<guid isPermaLink="true">https://www.iochatto.it/blog/view/2260/e-esistita-una-base-nazista-in-antartide--parte-1</guid>
	<pubDate>Mon, 05 Jul 2010 10:40:14 +0200</pubDate>
	<link>https://www.iochatto.it/blog/view/2260/e-esistita-una-base-nazista-in-antartide--parte-1</link>
	<title><![CDATA[E' esistita una base nazista in antartide ?  - parte 1]]></title>
	<description><![CDATA[<p>Nonostante la Seconda Guerra Mondiale sia <strong>finita da pi&ugrave; di sessant'anni</strong>, i discorsi sul Nazismo e su Hitler non hanno mai perso d'interesse nell'opinione pubblica.</p>
<p>Ancor oggi non esiste praticamente tv che non abbia nei suoi palinsesti documentari che trattano del tema della Seconda Guerra Mondiale e dei misteri ad essa connessi, dall'Olocausto alla salita al potere di Adolf Hitler nel 1933 e alla sua palese ossessione per l'esoterismo. E ancora i misteri della fine del regime nazista, dalle armi segrete che avrebbero potuto cambiare le sorti della guerra fino alla presunta morte dello stesso F&uuml;rher, sono alla base di congetture assai variegate, da quelle di tipo politico a quelle pi&ugrave; prettamente fantascientifiche.</p>
<p><img src="https://www.menphis75.com/images/nazi_ufo/0001.jpg" alt="image" width="500" height="350" style="border: 0px; border: 0px;"></p>
<p>Sono molti infatti gli ufologi che parlano apertamente dei <strong>dischi volanti nazisti</strong>: velivoli a <strong>propulsione magnetica</strong> denominati <strong>Haunebu</strong>, o anche chiamati Vril o V-7, in grado di volare a migliaia di km orari e capaci perfino di volo spaziale. Ma sebbene affascinanti, purtroppo gli Haunebu non possono sostenere le prove storiche che gli ufologi, ignoranti di aviazione, dimenticano di addurre. La realt&agrave; cruda &egrave; che Hitler e i suoi seguaci, per quanto geniali nell'arte ingegneristica, non ebbero mai le capacit&agrave; tecnologiche di costruire oggetti discoidali simili agli Ufo odierni.</p>
<p>Gli studi scientifici invece puntavano su invenzioni attuali come il motore a reazione, i missili e l'ala a freccia, altro che dischi volanti! E a queste scoperte i nazisti diedero la massima importanza, come testimoniano i progetti reali scoperti dagli Alleati a guerra finita, nel 1945. Anzi, fu proprio il saccheggio di aerei, sommergibili, missili e relativi scienziati progettatori da parte di Stati Uniti e Unione Sovietica (<em>con i nomi in codice di Operazione Paperclip per gli americani e Ovaskim per i russi</em>) a porre le basi tanto per il Programma Spaziale tanto per la Guerra Fredda e le invenzioni ad essa connesse, prima fra tutte Internet.<br>Quindi, l'ipotesi che i Nazisti avessero avuto contatti con gli abitanti della <strong>Terra Cava</strong> oppure con <strong>extraterrestri</strong>, i mitici <strong>Foo-Fighters</strong>, &egrave; assolutamente inattendibile: nessun disco volante, nessun prototipo segreto di tecnologia aliena, nessun Ufo con le svastiche&hellip; Ma altri temi legati alle realizzazioni segrete naziste potrebbero essere veritieri. E' il caso della <strong>Bomba Atomica tedesca</strong>, che secondo alcuni testimoni sarebbe stata sperimentata in due occasioni, ma senza giungere allo stadio operativo; oppure, &egrave; il caso della <strong>Base Antartica 211</strong>, chiamata a volte <strong>Neuschwabenland</strong>, a volte <strong>Neuberlin</strong>. Perch&eacute;, a nostro parere, tali scoperte possono essere verosimili? Sulla Bomba A tedesca si discute ancora; mentre per la base antartica, forse oggi disponiamo di sufficienti prove per capire quanto di vero ci pu&ograve; essere in questa teoria. Una teoria plausibile, per le prove che porteremo a sostegno.</p>
<p>Ma innanzitutto, facciamo un salto nel 1938 quando, in un clima di tensione generalizzata per l'annessione tedesca della regione dei Sudeti, il governo nazista organizz&ograve; una spedizione scientifica in Antartide. La zona prescelta, per scopi geografici ma prima ancora militari, fu la <strong>Terra della Regina Maud,</strong> un'area scoperta nel 1931 dai norvegesi ma mai occupata o studiata a fondo. Una buona occasione per rivendicare politicamente quel territorio e, a nostro parere utilizzarlo per scopi militari. Comunque sia, per non acuire le tensioni internazionali i tedeschi prepararono una spedizione civile: a bordo del mercantile modificato Schwabenland, comandato dal capitano Alfred Ritscher e con la collaborazione della compagnia di bandiera Lufthansa, centinaia di uomini tra biologi, cartografi, geologi, ingegneri e idrologi della Societ&agrave; Tedesca per la Ricerca Polare, con l'ausilio di due idrovolanti, partirono alla volta del continente antartico. In teoria a bordo avrebbe dovuto esserci anche l'esploratore e conquistatore del Polo Sud Richard Byrd, ma poco prima della partenza l'americano aveva declinato l'offerta. Il via si ebbe il <strong>17 dicembre 1938: i tedeschi toccarono la banchisa polare il 20 gennaio 1939</strong>. I due idrovolanti della missione effettuarono missioni di esplorazione, coprendo tra i 300mila e i 600mila kmq, scattando 11mila fotografie; ci fu un generale beneficio, in quanto la missione consent&igrave; un notevole salto di qualit&agrave; nella precisione delle mappe geografiche e delle misurazioni magnetiche del polo sud. I tedeschi effettuarono poi scoperte sorprendenti: aree libere dai ghiacci per la presenza di sorgenti calde e attivit&agrave; idrogeologica, scoperta dei venti antartici ad alta quota, analisi degli uccelli marini che si spingevano, inspiegabilmente, per oltre cento km all'interno del continente per nidificare. Il tutto in una regione che, come abbiamo visto qui, viene considerata dagli antichi la vera sede della mitica Atlantide&hellip; insomma, c'era di che stupirsi dalle scoperte tedesche, quasi che il Polo Sud non fosse stato quell'inferno di freddo e di ghiaccio che tutti si aspettavano. <br><br><br>La missione della <strong>Schwabenland</strong> termin&ograve; a met&agrave; febbraio '39, quando l'estate antartica stava finendo. Ma l'interesse nazista verso quel territorio che in onore della nave venne ribattezzato Neuschwabenland non cess&ograve;, anzi crebbe a dismisura. Hitler ordin&ograve; nel 1940 la costruzione di installazioni di appoggio per le operazioni dei sottomarini da guerra U-Boot nella regione delle Montagne di Muhlig-Hoffman, sempre nella Neuschwabenland. Queste installazioni di supporto forse erano dei semplici bacini di rifornimento di carburante e siluri: comunque sia, denota una crescente colonizzazione nazista dell'area. <br><br>Voci sostengono che i tedeschi scoprirono sotto i ghiacci un canale sottomarino, una vera spaccatura che tagliava in due il continente antartico consentendo ai sommergibili di utilizzare rotte alternative in grado di collegare il Sudamerica alla Nuova Zelanda e quindi di raggiungere il Giappone senza incappare nelle cacciatorpediniere alleate. Il fatto potrebbe essere plausibile, perch&eacute; per tutta la guerra vi fu un collegamento stabile via sottomarini tra la Germania e il Giappone, mai interrotto nonostante gli sforzi di americani e inglesi. Sempre le voci ben informate, ma qua siamo nel campo delle ipotesi, sostengono che questo canale, che taglia in due il continente antartico, in pi&ugrave; punti emerge oltre a superficie del mare, costituendo in pratica un gigantesco sistema di grotte sotto la crosta ghiacciata. Qualcuno azzarda persino le dimensioni della pi&ugrave; grande, che si estenderebbe per 50 km al di sotto della calotta polare e che al suo interno custodirebbe un lago di acqua allo stato liquido. Qui i nazisti avrebero costruito la pi&ugrave; impenetrabile base in loro possesso, la straordinaria <strong>Base 211</strong> o "<strong>Nuova Berlino</strong>". Una vera citt&agrave; sotto il ghiaccio, alimentata in parte con l'energia geotermica, avrebbe costituito l'ultimo, estremo baluardo nazista contro l'invasione alleata&hellip; Le testimonianze indicano che la Base 211 sarebbe stata iniziata nel 1942 mediante il trasporto di viveri e materiali ad opera di speciali U-Boot capitanati da ufficiali avvezzi alla navigazione polare, come quelli che prestarono servizio al largo della Norvegia.</p>
<p><img src="https://www.sheepletv.com/wp-content/uploads/2015/03/antarctic5.gif" alt="Foto di navi tedesche dirette verso l'antartide" width="434" style="border: 0px;"></p>
<p>Questi uomini, utilizzando come punto di appoggio l'Argentina, avrebbero costruito la base in due anni, al punto che nel 1944 era in atto un graduale invio di materiale riservato tramite finanziamenti (<em>effettivamente stanziati</em>) da parte delle potenti SS. Perch&eacute; Himmler e i suoi scagnozzi avrebbero sprecato tanto denaro per inviare materiale nel nulla antartico? Evidentemente, qualcosa ci doveva essere&hellip; Secondo alcuni studiosi di misteri, tra gli oggetti che Himmler fece trasportare a Neuberlin ci fu l'originale della Heilige Lance, la Lancia di Longino. E tra gli oggetti che dovrebbero essere ancora presenti, vi sono i tanti tesori d'arte trafugati dai soldati tedeschi durante l'invasione di mezza Europa, tra cui la celebre Sala d'Ambra di San Pietroburgo, mai ritrovata. Ma perch&eacute; darsi tanta pena per questo trasferimento? Cosa nasconde in realt&agrave; il ghiaccio antartico? In teoria, <strong>Nuova Berlino</strong> rappresenterebbe il senso di quel Reich millenario teorizzato da Hitler e mai realizzato. <strong>Un regno tra fuoco e ghiaccio, molto wagneriano e valchiriesco,</strong> che avrebbe ospitato i veri rappresentanti della razza ariana, protetti dal mondo in attesa di riconquistarlo. Un'idea in linea con le folli teorie hitleriane e perfettamente in linea con il nichilismo nazista, a met&agrave; tra il sadismo pi&ugrave; atroce e il masochismo pi&ugrave; deleterio.</p>
<p>La <strong>Base 211</strong> nella Neuschwabenland avrebbe potuto essere anche l'ultimo rifugio per tanti gerarchi nazisti sfuggiti alla cattura al termine della guerra e tra questi il loro capo, <span style="text-decoration: underline;">Adolf Hitler</span>. Le teorie sulla sua morte sono almeno tre e nessuna di esse &egrave; convincente: la probabilit&agrave; che l'ideatore del nazismo (e di tanti suoi maestri occulti che non compaiono nei libri di storia) possa essere sopravvissuto all'assalto sovietico al suo bunker a Berlino sono molte, basti pensare quanti sono i gerarchi scappati in Argentina con in beneplacito degli Alleati. Ma il concetto di una base nazista che abbia ospitato un <span style="text-decoration: underline;">Hitler redivivo</span> e che sia ancor oggi esistente in Antartide contrasta con l'idea che abbiamo oggi del mondo completamente esplorato: e se cos&igrave; non fosse, verrebbe da chiedersi perch&eacute; nessuno si sia preso la briga di stanare questi nazisti superstiti, ammesso che siano esistiti. Ma la realt&agrave; &egrave; che forse tale operazione sia avvenuta realmente sotto mentite spoglie&hellip;</p>
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	<dc:creator>Giovanni Piccoli</dc:creator>
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